IL GIORNO DELLA CIVETTA



Oggi, 21 Marzo, ufficialmente 1° giorno di primavera non parleremo di rondini (sarebbe troppo facile) bensì di civette e di una in particolare.

Se pensate a quella del titolo del romanzo poliziesco di Leonardo Sciascia, siete ancora fuori strada.
Parleremo di questa civetta, che forse non tutti sanno essere sulla moneta dell'Euro che circola in un paese dell'Eurozona 



e soprattutto di questa sua omonima, posta all'entrata di un Museo, inaugurato nel giugno del 2009.
Dunque, la civetta: uno dei simboli di Atene, la città di adozione dello scrittore Markaris (vedi posti di ieri), e animale sacro ad Atena, la dea della sapienza.
Se quindi la prima gira di mano in mano, come moneta di scambio, la seconda, stanziale, fa buona guardia all'ingresso del New Acropolis Museum.
 
Particolare interessante, voluto dal suo creatore "terreno" l'architetto svizzero Bernard Tschumi, l'ultimo piano ripete l'orientamento del vicino Partenone e vedendolo dall'alto sembra come se Poseidone abbia fatto ruotare questo immenso coperchio per vederne il suo contenuto, ovvero 350 reperti dell'epoca di Pericle.
Sul sito (www.theacropolismuseum.gr) ci si può preparare le visita in anticipo nei minimi particolari. Chi invece vuole che le emozioni “gli saltino addosso” può muoversi senza apparente guida fra i 3 piani open air, dove la possibilità di girare intorno alle statue a 360°, fra cui 5 delle 6 Cariatidi, gli ha valso l'appellativo di friendly-museum, (vi chiederete dove si trova la sesta Cariatide: a Londra, mentre sull’Acropoli ci sono soltanto delle copie).


L’ultimo piano offre: vista del Partenone, ricostruito anche della parti mancanti, come i suoi marmi (vi chiederete di nuovo dove sono: di nuovo a Londra, al British), la visione a 360° sulla città contemporanea e sull’Acropoli che le sta di fronte, ad meno di 300 mt.

Il vetro è stata la scelta architettonica più azzardata e al contempo azzeccata.


Il Museo sorge in un'area della città densamente popolata, con edifici che spaziavano dai giorno gloriosi di Pericle (V sec aC) attraverso i sec della dominazione romana, fino al primo periodo bizantino.


 La soluzione scelta da Tschumi  è stata di esaminare i fitti resti per frammenti che potevano essersi introdotti fino al basamento senza danneggiare le antiche mura, per poi costruirvi aldisopra con una tecnica a palafitta. 
Il vetro viene quindi usato al pianoterra, come pavimento trasparente e rinforzato su cui si cammina, guardando in basso le vie vecchie di 2.000 anni e l’interno della dimore degli antichi Ateniesi. 
Il vetro è inoltre impiegato per agevolare l'illuminazione naturale che entra dalle ampie vetrate, illuminando persino gli scavi aldisotto del pianterreno. 
La quantità di superficie vetrata – molto rara nei musei, che preferiscono atmosfere controllate e ambienti con illuminazione artificiale - è stata la scelta azzardata e rischiosa, oltretutto, in un paese dove le temperature possono oltrepassare i 40°C per buona parte dell’estate. Qui, invece, all'interno della doppia vetrata circola l'aria con un sistema di raffreddamento proveniente dalle fondamenta. 
Oltre ad offrire una panoramica sublime della vista sull'Acropoli che lascia stupefatti,  aldilà delle vetrate l'edificio non nasconde la meno estetica architettura dell’Atene moderna. 


Da notare: i Greci hanno resistito alla tentazione di lasciare noiosi vuoti nell'insieme per enfatizzare l'assenza di così tanti pezzi, rimpiazzati da altrettante fusioni degli originali portati da Lord Elgin al British Museum.
Fino a giugno dello scorso anno si è sempre obiettato che la Grecia non aveva un museo idoneo in cui esporre i marmi che si trovavano nel Regno Unito e che voleva riavere;  per lungo tempo era stato accettato che sarebbe stata un’operazione irresponsabile la loro ricollocazione nelle rovine del Partenone. Il Museo di Tschumi adesso riapre la querelle. A ragione...













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