O MAR EM CASABLANCA ovvero della LUSITANITUDINE

AUTORE: Francisco José Viegas
Titolo: O Mar em Casablanca
Editore: Porto Editora
Pag: 234














Come ho scritto nel post del 5 Aprile, ho letto tutti i gialli scritti da Francisco José Viegas della serie dell'Ispettore Jaime Ramos.


A parte Morte no Estadio, tutti gli altri buoni romanzi, a mio modo di vedere.
Chi mi conosce sa che non essendo amante degli americani, le mie preferenze si indirizzano verso un genere di poliziesco senza colpi di scena roboanti, indagini iperscientifiche alla CSI, furibondi inseguimenti o scazzottatture di super-ispettori con la vocazione di Rambo.
Dunque, quando si parla dei gialli di FJV si parla di slow-crimes, dove siamo cullati da un lento svolgimento delle indagini frammisto all'ironia di un ispettore coi suoi vizi di raffinato gourmet di whisky, birre e sigari e la sua passione per la squadra di calcio del Porto.
Costante presenza nei libri precedenti di situazioni e luoghi cari all'autore: divagazioni dei personaggi, monologhi, ricette gastronomiche, il Douro, le Azzorre, Porto con la sua nebbiolina fino al penultimo libro Longe de Manaus (Lontano da Manaus) che gli ha valso il Grande Prémio de Romance e Novela da APE, un romanzo che alterna linguaggi confacenti alle sonorità brasiliane e alla più lenta cadenza portoghese, a seconda delle ambientazioni delle rispettive situazioni, di là o aldiquà dell'Oceano.

Quest'ultimo libro però fa riflettere per tante cose.
Aldilà della trama che porta a legare due omicidi avvenuti a poca distanza di tempo, il primo di un giornalista portoghese e il secondo di un uomo d'affari angolano rinvenuto cadavere dopo poco, troviamo altre novità.

La situazioni sono descritte come sceneggiature da film, a cominciare già dall' incipit con l'immagine inquietante dell'uomo sospeso sul vuoto come una statua in una notte di pioggia. Oppure quella dell'hotel dalle finestre illuminate, durante un temporale in una notte di Novembre.
Visione prospettica del Vidago Palace, un hotel bello in mezzo al bosco, definito dall'autore “ hotel degli ultimi uomini della monarchia e dei primi della repubblica” metafora stessa di un mondo che fu, una fetta di Storia portoghese e dei suoi fasti ora tramontati.


Anche Jaime Ramos è cambiato. L'ispettore è invecchiato, ha problemi di salute, pare ripiegato su sé stesso nella sua ricorrente ossessione del guardarsi indietro, in suoi certi vaneggiamenti e nei lunghi monologhi dove ripercorre il suo passato e i suoi traumi, causati dalla sua esperienza di guerra in Guinea.

Un romanzo pervaso dall'interiorità, che ci rivela le debolezze dell'uomo JR a cui non eravamo abituati e che, in certe pagine, sembra quasi portarci ad esserne coinvolti, a volerlo aiutare. E su questo, lo stesso Viegas ha confessato in un' intervista a Ipsilon (magazine del quotidiano PÚBLICO) che alcuni dei problemi di salute di JR sono anche i suoi stessi problemi.

Di più. Mai forse, come in questo romanzo, attraverso l'indagine, JR sarà costretto a fare i conti con il suo passato. Così FJV ci porta su un tema molto ricorrente negli scrittori portoghesi. Quello della storia del loro impero coloniale e di come sia decaduto.

Mi ha sempre sorpreso l'atteggiamento dei portoghesi nei confronti di questa loro parte della storia, che, a mio avviso, subiscono ancora in maniera traumatica, ovvero la perdita delle colonie. Atteggiamento così diverso da quello degli spagnoli, dei francesi, degli inglesi per non dire di quello di noi italiani. Qualcuno si ricorda che l'Italia aveva delle colonie in Africa?
Ma per i portoghesi, che si sono sempre definiti descubridores, per loro questa è ancora una ferita aperta.
L’esplorazione portoghese toccò tutti i continenti: l’Africa, dal Marocco di Casablanca (dal portoghese Casabranca) Capo Verde, São Tomé e Principe fino al fiume Congo, chiamato il Fiume del Grande Pilastro, per il notevole padrão (cippo commemorativo delle scoperte, scudi araldici portoghesi sormontati da una croce) piantato alla foce, la Guinea-Bissau, l'Angola, il Mozambico fino a Socotra, l’Isola dell’Incenso e a Mascate, e poi in Asia Giava e, ad ovest l'immenso Brasile. Un impero marittimo che, dice FJV, i connazionali non seppero mantenere perché non erano nati conquistatori come i loro vicini, né atti al dominio (parla addirittura di inettitudine al dominio) perché nessun impero poteva allettarli, nessuna conquista era possibile senza che li assalisse l’inquietudine e il tedio per tutto ciò che appare esiguo ed imperfetto una volta conseguito. Solo la vita del marinaio era dolce per loro, la via del mare, scoprire nuove terre, e poi ripartire. Cosa naturale per un popolo che non guardava verso la terra che confinava con i bellicosi spagnoli, ma verso il mare, da un posto che, come diceva Camões, era “dove finisce la terra e comincia il mare”
Non è un caso che, fra Spagnoli e Portoghesi, anche i monumenti siano testimonianza di due approcci diversi, i primi simboleggiati da monumenti ai singoli conquistadores, come la statua qui raffigurata, dedicata a Juan de Oñate, a El Paso (USA)








gli altri, dal corale Padrão dos Descobrimentos, qui a destra, a Lisbona.





Ed in fondo questo trauma non è solo la storia di coloro che in quelle colonie ci vissero, ma anche di quelle generazioni nate là, ma che poi ritornarono in Portogallo, magari fuggendo dai golpe e dalle guerre di indipendenza delle ex-colonie.
Pobre país que se interessa pelo seu passado, e vive pendurado numa parede como um quadro velho e impopular que as visitas m de ver. Angola, Moçambique, Guiné, Cabo Verde, São Tomé e Principe, Timor, Macau, pobre memória, pobre pais que vive suspenso da aprovação dos outros, com medo de ter falhar onde falho".(pg 119)
Lo stesso FJV spiega questo fascino per quel periodo storico:   “Un paese piccolo come il nostro, che in quattro mesi riceve 750000 portoghesi che ritornano dall'Africa, li accoglie e in due anni finisce per assorbirli e per trasformarsi grazie a loro. E' un avvenimento centrale questa rivoluzione che i reduci operano in Portogallo cambiando tutto, i costumi, le abitudini alimentari, l'etica nel lavoro. Sono storie fantastiche.”
Quindi, pur con tutte le divagazioni che spesso ci portano in luoghi molto lontani (fino nel Chaco, in Argentina), pur con le pause dei capitoli sui sogni (o incubi) ricorrenti di Jaime Ramos, l'ultima opera di FJV è apprezzabile, perché Ramos è biografo degli assenti e degli scomparsi, dei morti, delle ombre, della gente che conosceva male, e per fare ciò a volte bisogna scomodare la Storia, anche quando questa provoca malinconia, saudade o, passatemi il termine:
 lusitanitudine
PS: Il libro, comparso a fine 2009 in Portogallo, non è ancora stato tradotto in italiano. Tuttavia, il fatto che alcuni dei romanzi di Viegas siano già stati pubblicati in Italia e il fatto che nella terza di copertina sino citati stralci di recensioni di due fra i nostri maggiori quotidiani italiani fa ben sperare che ciò avvenga a breve. 




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