Olivieri, Simenon, Tuzzi. UN, DUE, TRE per le vie di ...Milano


Capitano, a volte strani incroci, cammini intersecanti di letture,  rimandi a affinità letterarie che avvolgono libri tra loro, quasi fossero pagine annodate.

Così, nella lettura de Il caso Kodra, di Renato Olivieri, il vice-commmissario Ambrosio, capace di fumarsi tre Muratti in ventidue minuti,  accenna al collega creato da Georges Simenon
"Mi credeva Sherlock Holmes?"
"No, Sherlock Holmes non mi piace. Preferisco Maigret."
"Le ricordo Maigret?"
"Maigret è più vecchio di lei, e più grasso. No, credo che potrebbe assomigliare a Mike Shayne, e un po' anche a Marlowe..." (Il caso Kodra Pg. 47)
e, a pagina 100, rimanda allo stesso scrittore belga.

"Una volta qui c'è stato Simenon, lo fotografarono con lo sfondo del vicolo delle Lavandaie" disse Ambrosio.
"E lui disse che questo posto sarebbe piaciuto a Maigret."

Accadde realmente: Simenon è a Milano nel 1957. Ancora non per incontrare il suo editore italiano, Arnoldo Mondadori, (accadrà nel 1961), ma per prendere spunti per un romanzo ambientato nel nostro paese.
Sarà Emilio Ronchini a immortalarlo nel servizio che apparirà sul settimanale Epoca con foto curiose: 


mentre gioca a carte in un'osteria,  


o quando si intrattiene con una signora e infine nel vicolo in prossimità di Porta Ticinese, citato ne Il caso Kodra.


C'è un piccolo refuso in quella pagina 100: l'autore scrive vicolo delle Lavandaie, ma il nome corretto è vicolo dei Lavandai, perché alla fine dell'Ottocento, erano gli uomini, organizzati in un'associazione, a svolgere i servizi di lavaggio per le case dei benestanti
Refuso che si può ben perdonare a Olivieri (se ne è parlato anche qui), anche per quel ricordo della figlia Viviana: la sua Milano era una creatura a sé, personaggio della storia, indagata sistematicamente, perché il padre fotografava tutto prima di mettersi a scrivere. Sceglieva la zona, prendeva la sua Leica e a piedi andava a fotografare la via, case e facciate, disponendone poi le foto sulla scrivania per iniziare ad assaporare le sensazioni, attraverso le immagini.
Così lo pensiamo nel vicolo dei lavandai, agli inizi degli anni 90. Oltre trent'anni dopo Simenon.

La foto in apertura mostra come è il vicolo oggi, col ruscelletto che era (ed è ancora) alimentato dalle acque del Naviglio Grande e gli stalli di pietra inclinati per strofinare i panni.

Al tabagista Ambrosio si contrappone Maigret, fumatore di pipa, che ne fa quasi un prolungamento del suo stesso corpo, specchio delle sue emozioni. 

Lo lasciarono ad aspettare per un buon quarto d'ora nel suo angolo; dalla rabbia aveva acceso la pipa e fumava con accanimento, sebbene si rendesse conto che quello non era il luogo più adatto.  (Maigret a New York - Pg 20)
Si termina il giallo Maigret a New York con una bugia su una pipa acquistata a NY e si inizia il breve Un gatto alla finestra, di Hans Tuzzi, vagando per una Milano più recente ma al tempo stesso lontana,  più abbandonata. 

(Lambrate - Street art by Blu)
Perché Lambrate, sino a vent'anni prima, era stato un paese. E intorno, negli anni Cinquanta, c'era soltanto la terra senza nome che aveva fatto da scenario a "Miracolo a Milano". Ma adesso, anche lì seguendo le grandi fabbriche la città era cresciuta, seppure incontrando sacche di resistenza. (Un gatto alla finestra - Pg 9)

Un'altra pipa, un altro commissario...

"Ah, ho capito" disse Melis dando un'ultima occhiata intorno e riaffacciandosi sul corridoio. La pipa gli ballava in tasca, e il fastidio di non poter fumare acuiva la sensazione, priva di fondamenti logici e perciò tanto più forte, la sensazione d'esser preso in giro. (Pg 27)
  
e rimandi, anche qui,  a un romanzo di Simenon 

Lei aspettò che il cameriere sgombrasse il tavolo, poi: "Mi ricorda un giallo di Maigret" osservò, "L'affaire Picpus, credo. Ma no, che sciocca: Maigret e l'ombra cinese!". (Pg 17).
Si dovrà leggere anche quello.
La Lambrate di Tuzzi è invece descrizione rabbiosa.

Fece inversione, passò oltre terre incolte e imboccò via Saccardo, via Oslavia, fino a costeggiare il lungo muro dell'Innocenti. Innocenti... Autobianchi... lo sfascio dell'industria automobilistica milanese il cui ultimo atto portava per firma l'hachazo hidalgueno di Alejandro de Tomaso. (Pg 13)


Lambrate, Lambro, Lambretta.
Nella Fabbrica del toscano Ferdinando Innocenti si cominciò fabbricando una soluzione creativa e vincente del made in Italy: il tubo Innocenti, brevetto di snodi per impalcature. Seguì nel 1947 la mitica Lambretta e a metà anni '60 la Mini, su licenza della British Motor Corporation, che superò quella prodotta in Gran Bretagna in quanto a  migliorie e finiture per l'esigente pubblico italiano. 
Il trend di successo  fino al 1975. 
Successivamente, passata dagli inglesi della Leyland a de Tomaso si costruiranno altre auto fra cui la Maserati biturbo, fino agli inizi degli anni '90 quando l'argentino cede i marchi alla Fiat.
Alle 16.55 del 31 marzo 1993 lo stabilimento di Lambrate chiude per sempre, portando con se' una fetta di orgoglio italiano.

Come dar torto a quanto scritto da Tuzzi? 

Questi i tre romanzi terminati,  in cui pare imbattersi in una formula circolare o nella chiusura del cerchio di... fumo. 

Epoche e personaggi diversi, sullo sfondo di una Milano a volte passata, a volte presente, sicuramente insolita.

PS di Acid Nela San: filmato  propedeutico per Lapo Elkann. Lui, di auto ha saputo creare solo la Fiat Grande Punto.


8 geo-commenti:

  1. Grazie Nela, che bello questo giro letterario per la Milano di ieri e di oggi. Che ovviamente mi piace molto meno, anche se il graffito di Blu è bellissimo.

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    1. Blu e Ericailcane sono due street artist bolognesi, universalmente riconosciuti per l'importanza delle loro opere in questo campo artistico. Mi spiace solo che ho perso l'opportunità di vedere il secondo artista lo scorso anno, a Dozza, per la Biennale del muro dipinto. E dire che il paese non dista molto da dove abito.

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  2. Ma che bel post! Ora ho voglia di Maigret e pure del vice-commmissario Ambrosio, fino a poco fa illustre sconosciuto..

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    1. Mi sono data ai gialli...vintage! Ma quello più bello in assoluto di questa prima parte dell'anno, lo devo ancora recensire. Aspetta qualche giorno e leggerai: IMPERDIBILE!

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  3. Un cerchio di fumo che racchiude una Milano da riscoprire: brava Nela!

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    1. Parlare di cerchi di nebbia mi sembrava troppo ovvio, eh eh eh!

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  4. Vivo (forse) nella zona in cui sulla pipa si è scatenata la miglior fantasia degli artigiani,
    da qui vengono Ser Jacopo dalla Gemma,Mastro de Paio, Il ceppo, e credo il più grande di tutti
    Don Carlos (Bruto Sordini) che purtroppo non lavora quasi più.
    Per quello che riguarda l'auto, come tutte le cose moderne costruite da una certa data in poi
    non esiste più l'amore per l'oggetto per cui il manufatto costruito in serie e meccancamente non ha più valore. Ancora qualche decennio fa il Benjamin si scapicollava a scrivere "L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica", oggi sarebbe del tutto inutile scriverlo
    perche la riproducibilità è talmente avulsa dall'interesse per l'oggeto da riprodurre
    che crea essa stessa disamore per la il ri-prodotto (e forse anche per l'oggetto artistico originale).
    Per esempio, abbiamo milioni di riproduzioni della torre Eiffel o del Colosseo che se li comprassimo in una bancarella appena arrrivati a casa li metteremmo in un cantone o dentro una scatola.
    Scusa se mi sono dilungato, dev'essere stato il fumo.

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    1. Devo confessarti che la storia della Mini fatta in Innocenti non la conoscevo e mi ha colpito prima e fatto innervosire poi, pensando che oggi il suo mito sta tornando ma è di appannaggio dei tedeschi! L'amore per gli oggetti da produrre che svanisce: credo che questo abbia a che fare col vortice della perversa equazione velocità produttiva=profitto.
      Ma tu dove abiti, esattamente? Marche?

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