Arab Jazz: quando tempismo e carità non bastano a fare la cosa giusta



Jusqu’à cette fin d’après-midi mémorable et unique où elles étaient montées sur scène pour effectuer devant un public du quartier la chorégraphie qu’elles répétaient depuis des mois, inspirées sur le prologue de Do the right thing de Spike Lee. Cinq minutes d’énergie et de bonheur à l’état pur. (Arab Jazz Pag. 238)

Titolo:Arab Jazz (2012)
Autore: Karim Miské
Editore: Viviane Hamy
Pagg.: 350
Titolo edizione italiana: Arab Jazz (2013)
Traduzione: M. Fabbri
Editore: Fazi
Pagg.: 314

Un mese prima dei tragici fatti di Charlie Hebdo, Nela San terminava la lettura di Arab Jazz: acquistato in lingua originale alla sua uscita, nel marzo 2012, molti anni prima di quei drammatici eventi.

Il romanzo lasciò perplessi. Per quanto la parte iniziale sia dura, cruda e pulp, così una parte del finale (che non sarà svelato) è melenso e deludente, come quando ci si appresta ad addentare un alimento notoriamente croccante e ci si ritrova invece a sbiascicare qualcosa che è esattamente il contrario.

Tuttavia, non è solo l'epilogo che lascia dubbiosi, ma anche la rappresentazione  dell'ambiente multiculturale tipico della banlieue parigina, a cui l'autore affida il ruolo di protagonista collettivo. Rappresentato da personaggi di religioni diverse che qui vi convivono, Karim Miské sembra imporre loro una forzata amicizia.

(Karim Miské - Photo Jean-Luc Bertini) 
«Il problema è che nulla è cambiato dalla rivolta delle banlieu del 2005», dice Karim Miské. «Se il tuo indirizzo è La Courneuve (uno dei quartieri più difficili nel nord di Parigi), la possibilità che hai di trovare un lavoro se sei un ragazzo è molto limitata. Questo è vero se ti chiami Mohamed. Ma probabilmente è vero anche se ti chiami Michel».

Nato ad Abidjan nel 1964, padre diplomatico mauritano e madre francese, l'autore è profondo conoscitore di quella banlieue così come dei radicalismi delle diverse religioni. Suo un documentario di quattro puntate dal titolo: "Juifs et musulmans, si loin, si proches".

Il romanzo è ambientato tra negozi kosher, ristoranti turchi, parrucchieri ebrei e librai armeni nel 19° Arrondissement, lo stesso da cui provenivano Saïd e Chérif Kouachi e in cui l'autore è co-proprietario di un ristorante di cucina senegalese. 

La Courneuve o la Cité de Luth a Gennevilliers (altro dipartimento critico, citato nel romanzo) sono due realtà di quella banlieue parigina, che la viaggiatrice in parte conosce per averci abitato e che non è certo a misura d'uomo. 


Zone sfiorate solo in parte nella trama del film Quasi amici (Intouchables- 2011), invece ben rappresentate nel film Le thé au harem d'Archimède (1985) dallo scrittore-regista  Mehdi Charef, algerino di nascita, francese di adozione, in cui racconta anche il fallimento sociale dei progetti urbanistici dei grandi agglomerati, nati per far fronte alle ondate migratorie post-coloniali. 

Film passato sotto silenzio forse per una mancata contemporaneità con fatti reali a far da cassa di risonanza, di cui però alcuni brani sono ancora rintracciabili su youtube.

(dal film Le thé au harem d'Archimède 1985) 

Nel caso di Arab Jazz invece, non sappiamo se per calcolo o per sorte, si riscontra un tempismo perfetto nell'uscita del romanzo in Gran Bretagna. 

L'articolo "Murder in the Parisian melting-pop" apparso nel quotidiano The Guardian, (5 febbraio 2015),  esordisce asserendo che:  "The setting ... home turf of the Charlie Hebdo and kosher supermarket killers - couldn't be more topical.".

L'autore dell'articolo, Robin Yassin-Kassab, definisce Arab Jazz:
"a transcontinental identity novel, too, dramatising the painful contradictions and fertile syntheses of contemporary multicultural life,..."
e continua:
"Perhaps, as a detective story, the novel suffers from a glut of too-easilyu-flowing information. This may irritate some genre readers, but Arab Jazz should be read charitably as an effort to push beyond realism rather than a failure to achieve it.".

 Da qui il quesito: 
si può leggere un romanzo caritatevolmenteSforzandosi di comprendere l'impegno dello scrittore nell'andare oltre al realismo piuttosto che nel suo mancato raggiungimento?

Se siamo nella cosiddetta fiction, se la forzatura intravista nelle relazioni dei personaggi può essere pura perplessità personale, perché dunque dovremmo leggerlo caritatevolmente?

Yassin-Kassan non sta forse cercando di fare la cosa giusta (a suo modo di vedere), ovvero cerca una giustificazione nei confronti degli eventuali giudizi negativi di chi ha letto o leggerà il romanzo?

Il dubbi che giornalisti dalle pagine di autorevoli media diano il classico colpo sia al cerchio che alla botte nel recensire un romanzo resta, e non occorre nemmeno sforzarsi caritatevolmente nel capire che è stato dato con innegabile tempismo.
 

4 geo-commenti:

  1. mah, è difficile essere obiettivi così a caldo però leggere un libro "caritatevolmente" (anche se il termine non è il più azzeccato) mi sembra sacrosanto se vogliamo tentare di comprendere un punto di vista che non ci appartiene. Va detto però che tutta la caritatevolezza possibile non ci impedisce di registrare le pecche e difficilmente ci porta a cambiare idea

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    1. Visto che ormai un po' mi conosci, sai che leggo gialli proprio per meglio capire questi mondi, vicini o lontani, che hanno costumi e tradizioni diversi dalle nostre. Quindi sono d'accordo che è sacrosanto leggere per tentare di comprendere e che come tu dici il temine caritatevole per definire l'approccio non è esatto. Nel caso del libro, c'è ...troppo di tutto, nel bene e nel male. Un'estremizzazione che forse non lo rende reale, così come non risulta, a mio modo di vedere, realistica la recensione fatta ne The Guardian.

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  2. Volevo prendere lo spunto per dirti cosa penso dei fatti di Charlie Hebdo:
    Se so che dicendo qualcosa a qualcuno lui s'incazza
    evito di dirglierlo
    anche perchè non è possibile pensare che la nostra cultura
    anche se a casa nostra (ma ormai viviamo nella globalizzazione)
    possiamo imporla a tutti
    come non possiamo andare in giro per il mondo a sparare a destra e sinistra
    per esportare la democrazia
    son convinto che in queste cose noi pecchiamo di presunzione.
    Questo non giustifica il fatto che se uno offende il padreterno
    io abbia il diritto d'ammazzarlo,
    in quest'ottica anch'io suis Charlie.
    Mi pare che questo tuo post faccia pendent con "La classe",
    Ciao.

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    1. Dopo i fatti di CH, oltre alla condanna per quanto accaduto, mi sono chiesta spesso se veramente la rivista e le vignette fossero o meno di dubbio gusto. Ho provato anche a fare parallelismi con quelle che pubblicavano su Cuore o Le Canard enchaine'. Sono giunta alla convinzione che quello che differenzia una democrazia da una dittatura (o pseudo-tale) è il fatto che, nella prima, possono/devono coesistere rispetto reciproco e satira. Quale poi sia in confine di quest'ultima per non sforare nella mancanza di rispetto è una domanda a cui non so dare una risposta precisa. Ma di una cosa sono certa: come laica non mi dà alcun fastidio, ad esempio, chi porta il velo. A patto però che non si obblighi qualcuno a portarlo. In questo, avrei apprezzato di più che Michelle Obama fosse andata a capo scoperto anche in visita dal Papa, così come ha fatto arrivando in Arabia Saudita e, dall'altra parte, che i Sauditi, così come non danno la mano a una donna, per coerenza, non l'avessero nemmeno data alla First Lady americana.

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