Fuori Luogo: racconti e incontri di letteratura migrante





A volte le geografie sono più vicine di quel che si pensi.

ANTEFATTO
Qualche anno fa, la viaggiatrice fu colpita dal titolo di un articolo di un quotidiano nazionale: si affermava che la letteratura americana sarebbe stata salvata dagli autori migranti. Lo spunto era il conferimento del Premio Pulitzer a Nilanjana Sudeshna "Jhumpa" Lahiri, autrice nata nel 1967 a Londra da genitori di Calcutta, trasferitasi in seguito negli Stati Uniti.
Nel suo caso, tuttavia, utilizzare l'accezione di letteratura migrante era forse improprio (pur considerando le differenze fra l'inglese e l'angloamericano), finché la sua scelta linguistica non fu quella di pubblicare un libro scritto direttamente in italiano.

Dunque, la letteratura migrante si potrebbe definire una geoletteratura interna,  resoconto, articolo, romanzo o quant'altro, scritto da colei o colui che fa un viaggio quotidiano all'interno del tessuto sociale di un paese diverso da quello della sua cultura di origine ma, soprattutto, scrivendone nella lingua di quel paese-altro

FATTO
Qualche settimana fa, la viaggiatrice ricevette una mail e, non conoscendo il mittente, il suo primo impulso fu di cestinarla. Fortunatamente la sua curiosità sul nome, il testo amichevole ma anche educato la fecero ricredere. La mail le proponeva una collaborazione per un evento, quello della foto d'apertura.

La mail ha dato l'oppurtunità di conoscere autori che (fatte alcune eccezioni) le erano sconosciuti. L'invito a dare visibilità sui canali social della viaggiatrice è stato accolto con entusiasmo. Non avendo tuttavia avuto ancora l'occasione di leggere i romanzi degli autori e sapendo che altri più coinvolti e professionalmente preparati della sottoscritta lo faranno, Nela San contribuisce segnalando il programma completo:
segnalandone i link 


 
 e facendo da madrina a due di loro:



Motivi? 
Nel caso di Alì Ehsani, la scelta è motivata dalla recensione del suo romanzo: la fuga di due ragazzi afghani attraverso il Pakistan, l'Iran, la Turchia e la Grecia fino in Italia, rammenta che l'Odissea dei nostri giorni è una Via della Seta al contrario, una epopea drammatica che bisogna conoscere.

Per Urmila Chakraborty, la scelta è stata fatta dopo aver scoperto la Patachitra, i dipinti cantati delle donne del Bengala che portò a Milano, in una mostra nel 2012. Anche in quel caso, Chakraborty si fece ambasciatrice di come le lunghe strisce di carta e tessuto dipinte a mano che illustrano miti hindu, temi di attualità e messaggi di importanza sociale sono poetici strumenti che possono spiegare e aiutare l'integrazione.

Peccato non esserci, ma da questo blog desidero ringraziare Luca Tripeni Zanforlin, inviando a lui e a tutti gli organizzatori e collaboratori i migliori auguri per l'evento.

Entrambe le immagini sono tratte dal sito facebook relativo all'evento.  



6 geo-commenti:

  1. Bellissimoooo!!!! Brava brava

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    1. Grazie cara, sai che quando ho letto delle patachitra ho pensato alla na comune amica di Ferrara. Chissà che lei, interessata si anche ai tessuti indiani, non si sia imbattuta anche in questi.

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  2. Sì, davvero bellissimo. Ne vogliamo di più, di questi festival!

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  3. Ma che brava!
    Approfitto del post per dire che a me quel libro in italiano della Jhumpa Lahiri piacque tantissimo.

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    1. Il libro di Ehsani che fugge dell'Afghanistan mi ha fatto pensare al tuo ultimo post. Una specie di gemellaggio fra i post!

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