IL MONASTERO DELLE ANIME PERSE ovvero dei libri come irritazione



Il mese scorso, quando si dissertava con BabalaTalpa sul fatto se i libri diano felicità, Nela San era appena uscita da due situazioni collaterali:

A) la ricezione delle foto sorprendenti della biblioteca tailandese di Lamphun (da cui il post);
B) la conseguente lettura di un giallo, l'ennesimo, deludente, ambientato in Thailandia. 

Titolo: Il monastero delle anime perse (2009)
Originale: The Garden of Hell (2006) successivamente Sister Suicide (2013)
Autore: Nick Wilgus
Traduzione: Barbara Bagliano
Editore: Garzanti 
Pagine: 204

Quando in prima di copertina si giudica il romanzo come la fusione di Sherlock Holmes e Il nome della rosa, le aspettative sono alte.  Se poi l'ambientazione è in una Thailandia ascetica, anziché la carnale e depravata Thailandia di droga e sesso, lo stimolo alla lettura è ancora più alto.

Infatti la trama si svolge nel monastero di Wat Vai, in cui viene rinvenuta sorella Moi sbranata dai coccodrilli. Sebbene l'accaduto sia liquidato come suicidio dall'abate e dalla polizia, l'arrivo dell'ex-poliziotto padre Ananda, inviato dal Maha Thera Samakon di Bangkok per vederci chiaro, distuberà la quiete dei monaci con la sua investigazione.

 

 Il secondo (e finora unico) romanzo tradotto in italiano per la serie di Padre Ananda, monaco cinquantenne creato dalla penna dell'americano Nick Wilgus, non è dunque una trama scontata: la vita e i monasteri dei monaci buddisti sono ben descritti, con dettagli puntali e interessanti. D'altra parte per un americano che per una ventina d'anni ha vissuto a Bangkok e la cui compagna è thailandese, l'acquisizione di dati per la stesura del romanzo è facile.

Eppure ci sono dialoghi ricorrenti che ci fanno capire che siamo davanti all'ennesimo scrittore farang (straniero) che si cimenta con un detective dal gusto esotico. Frasi come: "Cosa posso fare per lei?" (Pg 124) oppure "Nessun problema." (Pg 127) suonerebbero perfette per un receptionist di un albergo ma suonano dissonanti dette dall'abate di un monastero.

1° della serie P. Ananda (2003)

Così, mentre più che per gli "spiazzanti colpi di scena" promessi in copertina vi incuriosisce come avrebbe reagito Eco al paragone  col suo romanzo, avete già scoperto i colpevoli, prima di Padre Ananda.   

Molto più difficile scoprire qualcosa sul suo creatore. 

3° della serie (2008)

 

Di Wilgus si sa che nel periodo thailandese ha lavorato come redattore in seconda al quotidiano Bangkok Post

Fulmineamente i vostri occhi andranno sulla copertina italiana e a quel giudizio, di cui la fonte è: il...Bangkok Post.  

Mentre vi chiederete allora se siete difronte ad un'autocelebrazione, scoprirete anche che non poteva lavorarvi regolarmente per i suoi disturbi bipolari.

 

Ancora una volta, il Thai-crime delude Nela San, sempre più convinta della teoria di Pooja Makhijani quando dichiara che molti degli autori che scrivono gialli, soprattutto ambientati in questo paese, cadono nella Orientalist trap e cita, un esempio per tutti,  John Burdett e la sua serie di gialli della Bangkok a luci rosse (a Nela San ne bastò uno solo).

A chiosa della dissertazione iniziale sui libri che danno felicità: a volte sì, la danno; sempre suscitano emozioni; altre volte, come in questo caso o in quello di Burdett o di Lodovico Festa (nostro caso nazionale), provocano irritazione.

PS 

Vi chiederete perché non si è postata alcuna immagine dello scrittore. Ebbene, per permettere anche a voi di provare emozioni (cliccare qui).

 


11 geo-commenti:

  1. Ti pensavo questa mattina quando, dal social che cinguetta e che tu non ami, sono spuntati un paio di commenti di lettori fidati che elogiavano tal Tana French. Personaggio eclettico di cui, in Italia, è stato appena pubblicato L'intruso (Einaudi).
    Che possa restituirti un po' di felicità? Ma forse ti basterebbe un sano brivido...

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  2. Ti confesso che ai libri di Tana French ho già girato intorno un paio di volte (tentata all'acquisto, ma non ancora fatto). E dire che già la sua biografia, da sola, sollecita e solletica. Da Wikipedia: Tana Elizabeth French (Burlington, 10 maggio 1973) è una scrittrice e attrice teatrale statunitense d'origine irlandese e naturalizzata italiana, stabilitasi a Dublino. Chissà in quali di questi paesi lei si sente come un...intrusa ;-)

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    1. PS mi accorgo ora che ti ho citato in apertura di post, ma non ho messo il link al tuo blog. Scusami! Provvederò prossimamente.

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    2. Ma figurati!
      Anch'io, non conoscendo l'autrice, ero andata a curiosare. La sua biografia e pure quel visetto birichino m'ispirano. Tanto la leggerai sicuramente prima di me. Attendo le tue impressioni.

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  3. Oh, questo tuo post lo prendo come un dono, anche se mi hai convinto definitivamente a non leggere gialli thai. Che nostalgia della Thailandia,però.

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    1. Aggiungo qui che anche tu mi hai convinto di una cosa: che Paul Theroux scrive bene, anche se, spesso, sa essere molto irritante. :-)

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    2. Sì, scrive bene. Oh, vorrei scrivere un racconto sul suo libro che mi ha sostenuto nelle tempeste (vere e metaforiche) sull'isola in Thailandia.

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  4. Ma allora anche te a volte toppi.

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    1. Certo che sì! Infatti errare è umano (come nel mio caso), mentre perseverare è diabolico (come nel caso del post di giovedì prossimo).

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  5. Su twitter uno scrittore italiano, Paolo Zardi, ha lanciato un appello per trovare scrittori immigrati che scrivano dell'Italia. Non so cosa c'entri (ho dormito poco), ma l'ho trovata un'idea molto bella. Detesto invece l'esotismo degli scrittori (spesso americani) che pretendono di descrivere mondi estranei americanizzandoli tutti.

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    1. E' una bella idea, senz'altro, anche se non nuova: già da alcuni anni l'Arci Milano organizza il Festival Letteratura Fuori Luogo, sulla letteratura migrante. Vi partecipano autori che scrivono in una lingua diversa dal loro paese d'origine. Alcuni anni fa sono sicura ci fosse un esule afgano che scrisse sul suo tremendo viaggio per arrivare qui e sulla sua permanenza in Italia.

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